domenica 1 agosto 2021

domenica 1 agosto 2021


Ci sono tanti aspetti del Vangelo che mi stupiscono, mi affascinano, generano in me meraviglia..., ma forse quello che più mi colpisce è il fatto che sono parole vive, che sono fatte "di carne" per chi le legge e le riporta all'interno della propria vita in quel momento storico personale.
Non esiste nulla di così saldo e potente... e non si tratta di magia, ma della grandezza di Dio che ci ha donato la Parola incarnata, la Parola che sempre ha qualcosa da dire e da aggiungere alla mia vita, che sempre si attualizza all'interno del particolare momento storico che sto vivendo... e questo lo trovo di una bellezza e di una purezza  senza fine.

Tanti testi scritti, che ci provengono dalle letterature e dalla poesia del passato fanno sentire il peso dei loro anni e si collocano nella loro epoca storica contestualizzandosi proprio lì; si sente il fardello di questi anni che sono passati, perché, alla lettura, c'è qualcosa che non si adatta bene al presente.
Tutto questo non succede con il Vangelo, è l'unico scritto che parla a me e a te come ha parlato a tanti altri "me e te" duemila anni fa. E qui il peso degli anni non risuona e non si fa sentire. E' come se fosse un corpo animato dalla vita!!!
Come si fa a concepire una cosa di una tale grandezza?
E' bellissimo...

E, non c'entra con il testo della liturgia odierna, ma proprio oggi che mi soffermo a considerare questa particolarità del Vangelo, cioè la FORZA DELLA PAROLA, vorrei riportare un passo di un libro di Alessandro Dehò che sto leggendo in questi giorni; forse questo personaggio sarà uno dei tanti "preti mediatici" di cui ormai è invaso il web, ma in ogni caso sento vere queste riflessioni e mi arrivano al cuore.
Inizia con un passo dell'Antico Testamento, poi intesse scenari nuovi...



E il Signore disse a Samuele: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l'ho rigettato perché non regni su Israele? Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re». 2 Samuele rispose: «Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà». Il Signore soggiunse: «Prenderai con te una giovenca e dirai: Sono venuto per sacrificare al Signore. 3 Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti indicherò quello che dovrai fare e tu ungerai colui che io ti dirò». 4 Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: «E' di buon augurio la tua venuta?». 5 Rispose: «E' di buon augurio. Sono venuto per sacrificare al Signore. Provvedete a purificarvi, poi venite con me al sacrificio». Fece purificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio. 6 Quando furono entrati, egli osservò Eliab e chiese: «E' forse davanti al Signore il suo consacrato?». 7 Il Signore rispose a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore».
1 Samuele 16, 1-7

Lo sa bene Samuele, figlio di lacrime e di preghiere piovute con forza sul muro della fede. Lo sa bene Samuele, lo sapeva già da prima di nascere che a volte, quando la vita sembra non avere futuro, quando la fine sembra giungere inesorabile, quando ci si accartoccia sul dolore perché non c'è altro da fare, quando si piange per straziante mancanza, quando la morte abita corpi apparentemente senza vita... a volte, in quel momento, lei, la Parola, nasce. E la vita ritorna a respirare.
Lo sa bene, Samuele, che non esiste parola banale, quando nasce una lacrima. Non può esserci parola falsa, se partorita dentro un grido di dolore trasformato in supplica e masticato in preghiera. Lo sa bene, Samuele, ma lo dimentica.
Succede a tutti di dimenticarsi, anche di ciò che ci ha cambiato la vita. Abbiamo bisogno della Parola anche solo per questo, per tornare a ricordare, per ritrovare la strada della narrazione della nostra esistenza, per riannodare un filo antico, e da lì osare nuovi ricami affacciati sul futuro.
Samuele lo sa bene che bisognerebbe baciare ogni parola, soprattutto quella che parla dell'intimo di ogni persona, quella che nasce da un inferno compresso nel cuore, quella che riesce a partorire, non senza dolore, brandelli di futuro. Bisognerebbe custodirla come reliquia preziosa, come il frutto di un incontro d'amore: parola-sangue, parola-corpo, parola-estasi, parola ascoltata, parola che feconda.
Parola libera: addomesticarla è tradirla.
Eppure Samuele piange, è perso, non comprende più la direzione, tutto si annoda in un gomitolo faticoso da districare. Non comprende più il suo re, e quindi il suo Dio, e quindi sé stesso.
Succede. La vita è così intricata che ci scippa le parole per descriverla. E in quel grumo di suoni incastrati succede che rimaniamo impigliati anche noi, con Samuele, in una narrazione che sembra non poter più procedere. E' in quei momenti che occorre ricordarsi di lasciare libera la Parola.
Libera di andare selvatica e selvaggia, indomabile, al punto che la si può solo seguire, assumendosi il rischio di perdersi. Come ha osato fare Samuele quel giorno: inseguire la Parola di Dio che, in modo brusco, lo scuoteva dallo smarrimento.

Per quanto vuoi ancora rimanere a piangere su una vita che non rispetta il sogno?

La Parola provoca Samuele, la Parola è un animale selvatico e sfrontato, inseguirla è l'unica speranza. E che qualcuno si metta ancora sulle sue tracce è l'unica possibilità che anche la Parola ha di rimanere in vita.
E così, Samuele decide che le lacrime versate per disperazione possono diventare una rottura delle acque in una nuova gravidanza e decide di muoversi verso un orizzonte nuovo, verso qualcosa che sembra impossibile. Samuele si mette in discussione, si espone, insegue una Parola molto più veloce di lui. Ma non rimane fermo.
Credo che nel nostro rapporto con la Parola manchi spesso questo aspetto, questa forma di coraggio e di libertà, questo onesto legame di dipendenza con la sfrontatezza di una Parola che sfugge e crea orizzonti impensati. Noi umani abbiamo bisogno di una Parola sfrontata e libera; e lei, la Parola, non può vivere senza innamorati affamati e appassionati. Coraggiosi, di quel coraggio che chiede di esporsi e di cambiare, quel coraggio che permette di camminare e di lasciarsi cambiare, e che non toglie per nulla la possibilità dello smarrimento; che ci fa procedere senza sicurezze, funamboli senza rete, dove il vero dramma non consisterà tanto nell'arrivare all'altro capo del filo sani e salvi, ma, una volta arrivati, nel non riconoscersi più, perché la libertà ha cambiato i lineamenti della vita.
Abbiamo paura di seguire la Parola perché è sempre un itinerario di morte e rinascita: ci si smarrisce e ci si ritrova diversi. Una Parola che, in quanto viva e libera, ci spinge a "gravidanze" sempre nuove.
Sì, la Parola è selvatica e temibile, come l'amore. Disarmarla è ridurla a uno sterile esercizio di stile.
La Parola può innescare processi rivoluzionari. Si può rinascere davvero dall'alto solo se ci si fida delle sue galoppate anarchiche in cerca di improbabili sovrani.
Abbiamo bisogno di innamorati. La Parola la segui, ti fidi e ti perdi e piangi e ti ritrovi solo sei sei innamorato. Che sia gentilmente dispensata da qualsiasi commento biblico ogni persona dal cuore bloccato. Stia zitto chi non è capace di amare, chi non è libero, chi non accetta rivoluzioni, chi vuole difendere il sistema a ogni costo, chi ritiene di far parte della casta degli eletti, chi non accetta interpretazioni divergenti.
Stia zitto chi crede che la Parola vada solo "compresa", perché la Parola è libera e selvatica e non la si può comprendere mai del tutto. Sono come frammenti che vengono scaraventati lontano perché la vita non è fatta per la comprensione, ma per il cammino libero e rischioso.
Bisogna imparare da Samuele: la Parola va inseguita.
Sapendo che ci si perderà, che tutto andrà rimesso in discussione, che pochi capiranno, che gli eventi sfuggiranno di mano... ma che la vita viva!
Samuele insegue la promessa di Dio, si scrolla di dosso il vestito della lamentazione e accetta la sfida di perdersi. E di perdersi tanto.
Credo nella Parola che bussa a ogni cuore innamorato, credo che siamo già in ritardo e credo che forse siamo ancora in tempo: partire, morire, cambiare, non tornare indietro.
Alla fine è questo che cerca la Parola: non un corpo esatto, non un corpo santo, non un corpo puro, ma un corpo vivo, un corpo capace di fare l'amore.
Non uomini perfetti, senza peccato o senza una storia. Ma uomini liberi, che accettano di mettersi in gioco e di perdersi.
Perché la Parola deve sempre essere un invito al viaggio, alla Pasqua.


Resto in queste righe che descrivono con forza una Parola viva e incarnata, come la sento e la vivo oggi. E' un passo forte, che ci scuote dentro, sicuramente difficile da affrontare... perdersi, morire, rinascere diversi.
Ma è la vita nella Verità di Cristo che ci invita a lasciarci andare, a lasciarci trasportare, a fidarci della Parola e a lasciare che Lui ci trasformi in qualcosa di impensabile... talvolta improbabile. Gli orizzonti che ci schiude Dio sono come tanti veli che si scostano uno dietro l'altro, ci lasciano nudi e ci conducono all'essenza del nostro nome.