mercoledì 22 aprile 2020

mercoledì 22 aprile 2020

Stasera sono felicissima perché oggi è finalmente successa una cosa a cui tenevo molto.

Alle superiori ho fatto studi classici e, arrivati all'anno della maturità, la nostra professoressa di Greco decise di farci studiare una celeberrima tragedia di Sofocle: l'Antigone.
Nella cultura greca la rappresentazione teatrale ha assunto nei secoli un valore di importanza davvero primaria, sia per le commedie che per le tragedie; lo spazio progettato per il teatro sfruttava il declivio collinare per far risuonare meglio l'acustica della rappresentazione. A pensarci oggi fa venire i brividi... che architetti geniali!
Il genere della tragedia chiaramente affrontava tematiche molto "dense" e pesanti di drammi variamente intrecciati, storie molto avvincenti e appassionanti.
La lingua greca è un antico idioma che riesce a conferire moltissime sfumature di significato, per questo davvero ricchissima nelle possibilità di raccontare e descrivere.
Forse me ne rendo conto bene solo adesso che questo tipo di studio è lontano dal mio presente. E, come spesso accade, a volte si ripensa alle cose sotto un'ottica diversa apprezzandole di più.
Per tutto l'ultimo anno del liceo si studiò il testo dell'Antigone e si tradusse tutto il libro.
Quell'anno uscì GRECO e io pensai bene di portarlo come "prima materia".
C'è un passo dell'Antigone su cui la professoressa insistette tantissimo perché lo trovava colmo di tanti significati nascosti e affascinanti; quegli stessi versi, per combinazione, mi capitarono da tradurre all'orale, ma, con la fine dell'esame, chiusi per sempre i miei libri di Greco.

Nel corso degli anni quei versi mi risuonavano nei pensieri, perché mi avevano colpito nel profondo; non avendo proseguito gli studi "umanistici", ma avendo cambiato un po' la mia direzione, i testi del liceo sono a poco a poco diventati sempre più sbiaditi... come un'eco che si allontana sempre di più.
Da un po' di tempo però avevo un grande desiderio di ritrovare quel libro, di riaprire quella pagina affascinante e di riprovare quella sensazione; il problema è che non riuscivo a ricordare nulla e questo mi dispiaceva moltissimo.
Quest'anno ho anche provato a chiedere alla mia collega che insegna Greco se per caso le tornasse alla mente quel passo dell'Antigone e purtroppo non siamo arrivate a nulla.

Oggi è successo... ho ritrovato il punto, proprio le parole che mi erano arrivate al cuore quando avevo diciannove anni e che sono state oggetto di una parte del mio esame di maturità.
Vengono pronunciate da una sentinella, quindi non da un personaggio importante del dramma.
Le riporto qui:

CUSTODE:
  Signore, io non dirò che per la fretta
  giungo traendo il fiato a stento, o che
  veloce il piede mi rapí: ché a troppe
  pause i pensier m'indussero, e piú volte
  mi girai, per rifar la via già fatta.
  Ché mi parlava il cuore, e mi diceva:
  «Perché, misero, vai dove dovrai,
  giunto appena, scontarla? Oh sciagurato,
  e allora non andrai? Ma se Creonte
  saprà tutto da un altro, non dovrai
  patir la pena tu?» - Rimuginando
  questi pensieri, andavo lemme lemme;
  e cosí la via breve si fa lunga.
  Vinse il partito di venire, alfine.
  Eccomi. E nulla dir ti posso. Eppure
  parlerò: ch'io m'afferro alla speranza
  ch'io patirò ciò sol che vuole il fato."

Ciò che mi è stato insegnato a mettere a fuoco di questo passo è il combattimento interiore del personaggio, che deve compiere un tratto di strada per andare a parlare con un altro personaggio, ma che deve fare molte "soste di pensiero" (bellissima immagine!!!) che lo inducono a fermarsi, poi a riprendere il cammino, poi a fermarsi di nuovo.
Penso che questo conflitto nei confronti del proprio cuore sia di una bellezza indescrivibile, delicatissima la lingua greca nel sapere dipingere lo stato d'animo umano in tutte le sue infinite sfumature, mi affascina tantissimo questa cosa.
E com'è vero che, quando abbiamo dentro di noi qualcosa che non sappiamo ben definire o a cui non sappiamo dare una direzione o un significato, siamo così combattuti!
E' espressione profonda dell'umanità questo passo, definisce che c'è sempre un fuoco vivo, ma che può avere fragilità e "soste di pensiero" in quanto arde dentro il cuore dell'uomo.

Sono troppo felice... sono davvero troppo felice di aver ritrovato questi versi bellissimi... so che è una piccola cosa, ma per me non è una sciocchezza, è qualcosa che ho sentito che mi apparteneva nel profondo tanti anni fa e stasera il mio cuore ringrazia davvero immensamente!!!